Secondo quanto riportato su agensir.it, Luca Peyron riflette sul documento del Dicastero per la dottrina della fede, "Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca", in particolare sul tema della trasmissione della fede nell’era digitale. Il punto centrale è la necessità di cambiare prospettiva: l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale non sono più solo strumenti, ma un ambiente in cui viviamo. Questo implica un cambio di paradigma, una pastorale dell’ambiente, non solo dei mezzi. Il documento sottolinea che non si può attribuire tutto il declino del cattolicesimo al digitale, ma sarebbe ingenuo non considerarlo. Riconoscere il digitale come ambiente significa chiedersi cosa lo renda tossico o salubre e come possa essere abitato in modo credente. Rispondere a un nuovo ambiente con nuovi mezzi è inefficace; serve una conversione autentica del percorso. L’autore conclude che il ritorno a forme passate di fede potrebbe indicare una ricerca di stabilità in un contesto di cambiamento.

“L’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale sono un ambiente, non più e non solamente uno strumento. [...] Vi è dunque, oggi, la necessità di un cambio di paradigma e di una pastorale dell’ambiente e non solo dei mezzi, che richiede un’alleanza intergenerazionale, la valorizzazione della sapienza degli anziani e una rinnovata cura per la condizione giovanile. La Chiesa non può sottrarsi a questo compito”. Potrebbe sembrare un passaggio tratto dall’ultimo rapporto di qualche centro di ricerca laico sullo stato della fede e sull’utilizzo dei mezzi digitali nella trasmissione della fede, ma non è così. È un passaggio del documento del Dicastero per la dottrina della fede, Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca, uscito il 27 ottobre 2026.

Il paragrafo 119, sul tema dell’“intelligenza artificiale e della trasformazione digitale” è, anche se non unico, il più sorprendente. La svolta che esso propone è radicale e, a ben vedere, non riguarda solo il rapporto con il digitale, ma il modo di pensare la fede e la sua trasmissione nel tempo presente. Il passaggio da strumento ad ambiente è un cambio di paradigma che la teologia, la pastorale e la vita di fede non hanno ancora del tutto compreso, nonostante diversi autori, soprattutto nel campo della teologia fondamentale e della catechetica, lo abbiano teorizzato da tempo.

L’ambiente chiede una pastorale dell’ambiente e non più dei mezzi, una conversione di sguardo e non solo di azione. Non si tratta di digitalizzare la fede, ma di abitare la fede in un contesto digitalizzato. Non si tratta di usare i social per evangelizzare, ma di imparare a vivere la fede in un mondo in cui i social sono parte dell’ambiente quotidiano. Non si tratta di fare catechesi online, ma di capire come la cultura digitale cambia il modo di comprendere, vivere e trasmettere la fede.
Ma c’è un passaggio ancora più radicale. Il documento afferma che “nel presente, si rende necessaria un’indagine specifica sul repentino declino del cattolicesimo nei Paesi in cui esso era profondamente radicato, al fine di comprenderne le cause e di elaborare un’adeguata risposta pastorale”.
Il testo non dice che tutto dipende dal digitale, ma invita a non essere ingenui nel pensare che il digitale non c’entri. L’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale sono un ambiente, non più e non solamente uno strumento. Vi è dunque, oggi, la necessità di un cambio di paradigma e di una pastorale dell’ambiente e non solo dei mezzi, che richiede un’alleanza intergenerazionale, la valorizzazione della sapienza degli anziani e una rinnovata cura per la condizione giovanile. La Chiesa non può sottrarsi a questo compito.
Il punto è decisivo: il digitale è un ambiente. Se è un ambiente, la domanda da porsi non è più come usare il digitale per evangelizzare, ma cosa rende questo ambiente tossico o salubre, come esso trasforma l’esperienza umana e come può essere abitato dalla forma credente. Come una pastorale urbana non si limita a costruire chiese in città, ma a capire la vita urbana e a discernere come la fede possa essere vissuta in essa, così una pastorale del digitale non si limita a usare i media, ma a capire la cultura digitale.

La condizione giovanile è il banco di prova di tutto questo. Se davvero, come mostrano gli studi più recenti, tra cui lo studio di Save the Children sulla condizione giovanile, più o meno la metà dei giovani non ha un equilibrio psicologico adeguato, allora il digitale non è solo un problema di comunicazione, ma di umanità. E se esso è un ambiente, non si risolve con una maggiore educazione ai media, ma con una nuova antropologia, una nuova ecclesiologia e una nuova pastorale.
Questo significa che i mezzi nuovi o riadattati sono del tutto insufficienti. Rispondere a un nuovo ambiente con nuovi mezzi significa non aver capito la trasformazione in atto. Il cambiamento d’epoca non si affronta con nuove tecnologie, ma con una nuova conversione. Non con nuovi programmi, ma con una nuova intelligenza della fede. Non con una nuova pastorale del digitale, ma con una pastorale ecologica integrale, che sappia abitare il mondo come creato e non come ambiente da sfruttare.

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